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Contatto.

"Sono qua sotto, scendi?"

Al suono della sua voce tachicardia, sudarelle ed un improvviso mal di stomaco.

Pensò subito ad un'infarto.

Lanciò poi uno sguardo al grande specchio dell'armadio.

Era passata una vita dall'ultima volta che erano stati l'uno di fronte all'altra.

I suoi fianchi erano moooolto più larghi dall'ultima volta che l'aveva vista.

"Oddio sono un cesso." è la primissima cosa che pensò.

Si concesse un paio di minuti per provare un terrore misto a paura, non tanto per il fatto di rivederlo ma per quello che avrebbe potuto pensare una volta che gli sarebbe stata di fronte.


L'ultima volta che l'aveva guardata, i suoi occhi erano diversi.

Poveri occhi. Erano stati testimoni inermi di tante situazioni che il cuore doveva ancora risolvere, avevano detto tanti addii, incontrato lo sguardo di tante persone sbagliate, versato più lacrime di quello che potevano.

Forse guardandoli si sarebbe accorto che qualcosa in lei era cambiato, che era rotta, irreparabilmente.

Chissà se sarebbe riuscita a nasconderlo.


Deglutì. Se la facevo sotto.

Uno spruzzo in più di Chanel nella convinzione che le avrebbe dato coraggio e scese.


Prima di aprire il pesante portone verde, fece un lungo respiro per cercare di calmare le gambe che tremavano. Le sembrava di riavere 15 anni. Ma non era così fico.

Cazzo, era dietro quella porta.

"Ce la posso fare."


Appena lui la vide sorrise emozionato, voltandosi forse per nascondere un'emozione troppo forte da poter essere condivisa.

La abbracciò forte.


Camminarono chiacchierando con fare impacciato fino al pub, dove, probabilmente per giustificare l'evidente imbarazzo, lui disse anche alla cameriera che erano ben sedici anni che non si vedevano.

La tizia rise con superficiale trasporto, come chi di fronte all'aurora boreale, che so, prende il telefono per controllare le e-mail.

E finalmente, seduti fuori al gelo (chissà poi perché), l'uno di fronte all'altra, furono obbligati a guardarsi negli occhi e ad affrontare l'imbarazzo.

Che a pensarci è buffo.

Erano stati molto più vicini di così.


Mentre lo ascoltava dilungarsi deliziosamente, perdendosi in digressioni e dettagli forse per altri poco importanti, si ritrovò a riflettere su quanto la vita sia strana.

L'ultima immagine che aveva di lui era la sua schiena, quando con valigie alla mano aveva lasciato la casa chiudendosi la porta alle spalle. Lei sarebbe finita nel dimenticatoio, in una piccola stanza polverosa che allestiamo nella nostra memoria per quelle persone poco importanti che ci capita di incontrare. Poi col tempo sarebbe sbiadita fino a scomparire, come se non fosse mai esistita. Se ne era dovuta fare una ragione.

Quel giorno si era convinta che non l'avrebbe mai più rivisto.

E invece eccoli di nuovo.

Si intenerì mentre guardandolo le tornò in mente la prima volta che avevano parlato, quasi vent'anni prima, in quella microscopica cucina, dove lo trovò sveglio, alle 4 di mattina con una sigaretta accesa. Era la prima volta che erano soli e la sua dolcezza e la timidezza che provava a nascondere (con non poca difficoltà), la fecero tornare a letto con un'inaspettata curiosità nel pensare a come sarebbe stato vivere con quello spilungone ignaro della propria ficaggine.

Sorrise accendendosi l'ennesima sigaretta.

Ma quell'incontro che aveva tanto atteso era volato.


Tornati davanti al portone per salutarsi, lui la abbracciò.

All'improvviso la sensazione provata di rado, di essere esattamente dove doveva essere la spaventò.

"Cazzo, eccola qua la mia tessera mancante."

Ma la sua vita era andata avanti senza di lei. Se meglio o peggio non stava a lei dirlo.

Lei non poteva più farne parte.

Fine.

Fine?

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