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Noi, gli asociali...

...e la sindrome di Belarda.


Me lo ricordo lì, sulla scrivania di mio nonno, tra i libri e la carta carbone. Un comune portapenne di legno chiaro, dalla forma banale ma con impressa l'insolita frase “I nati stanchi mi capiranno".

La mia mente di bambina si stupiva di tanta franchezza nell'accettare un'indole, che insomma, non era proprio motivo di vanto.

Col tempo invece ho iniziato a cogliere non solo il genio di questo breve manifesto ma ad apprezzarne anche la schiettezza.


Ora non che io lo voglia imprimere sul legno o scolpirlo su una roccia, né lo stamperei su gadget e t-shirt, mi basta metterlo nero su bianco.

Nel mio caso "Gli asociali mi capiranno" direi che mi rappresenta più che bene. Ecco. L'ho detto, E a questo male non c'è cura, ve lo assicuro.

Un tempo ero normale. Facevo cose, vedevo gente e non per dovere, mi andava.

Poi una cosa che alcuni, compresi gli psicoterapeuti, chiamerebbero sociopatia, si è silenziosamente insinuata in me.


All'improvviso incontrare la gente mentre sei in giro e il dover per forza interagire, domandarsi a vicenda come vanno le cose e mille altre cavolate come se all'altro poi fregasse...insomma inizia ad infastidirti

Ed ecco che il semplice arrivare al Tabaccaio davanti casa ti prende 40 minuti perché se in lontananza intravedi qualcuno che conosci (ovvio, non parlo di amici ma di semplici conoscenti), il breve tragitto diventa uno zigzagare senza fine.

Esagerato? Si, un tantino.


Ma la cosa brutta è un'altra. In ognuno di noi, a volte più, altre meno, si manifesta nonna Belarda, una sindrome che soprattutto la sera ti fa sentire addosso 80 anni. Un attimo fa eri giovane, ora la musica nei locali è troppo forte, gridi ai bambini che giocano a pallone sul bagnasciuga, senza parlare dei giovani d'oggi, tutti malati di tecnologia, come se tu invece fossi nato nel 1800 e non vivessi esattamente come loro con le mani attaccate al cellulare. Da lì è un attimo passare un pomeriggio intero a seguire un cantiere, ti avverto.

E con nonna Belarda arriva la pigrizia, latente e pericolosa, che si manifesta senza preavviso.

Ed ecco un pomeriggio di dicembre, fuori è già buio. Sopra il camino acceso qualche candela a fargli compagnia. In sottofondo Ella Fitzgerald e vicino alla poltrona un libro ad aspettarti. A una certa qualche lampo illumina a giorno la stanza, tra poco pioverà. Tu sospiri, di quei sospiri pieni di insolita e profonda soddisfazione.

Ma la magia è rotta.

Si perché il telefono all'improvviso squilla. Tu salti e con paura guardi lo schermo sperando come non mai sia l'ennesima chiamata dell'Enel. "Salve, lo sa che può risparmiare fino al 40% sulla sua bolletta?"

E invece no. E' un amico che vuole sapere se ti aggreghi per l'aperitivo.

Si. L'aperitivo.


Devi toglierti la tuta di pile infilata nei calzettoni di lana d'alpaca e vestirti. Lo devi fare. Devi dimostrare al mondo, e a te stesso, che sei un persona normale.

Ma che cos'è che non va in te?

Bo. Devi ammetterlo, ti importa poco scoprirlo.

Con il passare del tempo lo spasmodico e febbricitante bisogno di andare in giro, fare tardi, dare un senso al sabato sera solo se si esce e si fanno le quattro è andato pian piano assopendosi.

Ma gli amici sono importanti, per non dire fondamentali. Se passi sòla per la ventesima volta probabilmente smetteranno di chiamarti o peggio, verranno a prenderti a casa trascinandoti fuori in tuta (che a dirla tutta è un pigiama).

Ok. Puoi farcela. Ti vesti e dopo aver lanciato un'occhiata languida al camino, esci.

L'aperitivo neanche a dirlo diventa una cena. E' quasi mezzanotte e mentre cominci ad accarezzare l'idea di tornare a casa che un'oretta su Netflix ci scappa tutta, qualcuno se ne esce con un "Dai andiamo al pub qua dietro per un'ultima bevuta."

Benone.


La serata si conclude dopo un paio di ore e finalmente sei di ritorno.

E come succede ogni volta, sorridi e tra te e te ringrazi che ti abbiano trascinato fuori casa.

Sorpresa…la musica non era troppo alta e alla fine la serata è volata. Parlare e ridere con chi adori è sempre un piacere.

E mentre pensi che dovreste farlo molto più spesso, ti accorgi che nonna Belarda ha perso di nuovo.

Forse stai guarendo.

Forse.












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